mercoledì 28 novembre 2007

Bullismo, torna l'allarme violenza nelle scuole

Nuovi casi a Lecce e Finale Ligure, il ministro Fioroni invia gli ispettori
Puglia, Lombardia. Sul bullismo purtroppo l’Italia è unitissima. Non esiste differenza tra nord e sud, la violenza privata e personale da e su ragazzi di età compresa tra i 14 ed i 17 anni verso loro coetanei è sempre più dilagante ed inizia ad assumere proporzioni preoccupanti che non possono piu’ creare indifferenza.
Cosa vuole dimostrare un ragazzo attraverso il bullismo? Cosa si aspettano da questo comportamento? In quale contesto culturale e sociale si inserisce questo fenomeno? Vale la pena fare qualche riflessione.

lunedì 19 novembre 2007

Baby Down

E’ stata da poco realizzata la prima bambola down al mondo. L’associazione down spagnola ha spiegato che tale iniziativa è tesa alla rassicurazione dei bimbi down che avranno finalmente un bambolotto simile a loro e servirà agli altri bambini per capire il rispetto della differenza ed il rispetto per tutti gli esseri umani (notizia del 31 ottobre 2007 su vari quotidiani nazionali). Per agevolare tale scopo, le bambole saranno sia in versione femminile che maschile ed avranno un librettino di istruzioni dove sarà riportato ciò di cui ha bisogno un bimbo down, ad esempio le attività che possiamo far fare a Baby down per stimolarne i 5 sensi e migliorarne le capacità. Parte del ricavato dalla vendita di tale bambola sarà devoluta all’associazione spagnola down. Questa ci sembra una buona idea, come l’ormai vecchio cicciobello nero, crediamo però, che l’integrazione si debba promuovere nella vita di tutti i giorni e sul campo, ciò vuol dire per i più piccoli giocando, stando a scuola insieme e in un parco giochi. TU Cosa ne pensi ? Compreresti o comprerai Baby Down ai tuoi figli?

mercoledì 14 novembre 2007

il momento giusto per dire no

Raccolgo diverse richieste di consulenza sull’argomento “gestione dei figli”. Queste vanno da problemi di sonno e cibo a problemi sulla scuola, a semplici “capricci”.
I genitori moderni sono disorientati e smarriti, con una grande paura di sbagliare e causare ai propri figli dei danni irreversibili, figli che ormai sono sempre più problematici e cervellotici. Noi adulti siamo ormai convinti che si debba essere efficienti e bravi in tutto, dalla casa al lavoro, abbiamo la sindrome del supereroe.
Partendo dal presupposto che i bambini sono esseri umani dotati della propria personalità e che i genitori devono prestare ascolto ai bambini, rispettarli e offrire lo spazio necessario per le loro esplorazioni, rimane comunque il fatto che il genitore debba assicurarsi che i figli conoscano i limiti. Tali limiti vanno fissati con risolutezza, spiegandone le motivazioni ma sempre con risolutezza nonostante i figli li rifiutino e protestino. Le attese e i limiti devono essere adeguati al grado di sviluppo del bambino. Per esempio, a un bambino di due anni non si può chiedere di starsene tranquillo per due ore durante una riunione, di giocare da solo mentre i genitori fanno i lavori di casa o di comportarsi come "un angelo" in un ristorante di lusso.I bambini hanno bisogno di rassicurazioni e di approvazione per poter diventare indipendenti, altrimenti la troppa protezione rischia di farli diventare insicuri ed incapaci di gestire le proprie emozioni in modo non distruttivo. E’ovvio che tali limiti, pur essendo un bene per i figli, non sono accettati con gratitudine (es.il mandarli a letto presto) e possono far scaturire comportamenti tipo pernacchie e offese.
Tali comportamenti di sfida, specialmente fatti dal proprio figlio e finalizzati a fare più male possibile (loro capiscono dove possono colpirci e affondano), fanno male al genitore ma le regole vanno stabilite e devono essere portate avanti in modo coerente da entrambi i genitori. La coerenza e il sostegno sono particolarmente importanti per aiutare il bambino ad affrontare la paura dell'ignoto. Non è sempre facile essere coerenti; i bambini vogliono continuamente verificare i limiti, tentando di aggirare le regole. È bene perseverare, anche se si nutrono dei dubbi e se si generano comportamenti di sfida e di provocazione.
I bambini più grandi capiscono esattamente il significato della parola, ma tendono a mettere alla prova i limiti stabiliti e spesso dicono automaticamente "no" indipendentemente dal tipo di richiesta. In questo stadio i bambini dicono "no" anche alle offerte più allettanti di gelati o caramelle, solo per una "questione di principio".
In questo caso di aiuto è fornire una forma di castigo, ovviamente ben lontana dal chiuderli in uno stanzino buio per ore, che segua sempre ad un comportamento inaccettabile (disubbidienza, manifestazioni aggressive come pugni e calci, urla irrefrenabili, pernacchie e linguacce). Tale castigo, che va motivato con calma dal genitore, potrebbe andare dal togliergli il gioco preferito fino a che non cambia atteggiamento, al lasciarlo riflettere in un punto della casa, il cui punto esatto e la cui durata possono essere stabiliti magari insieme precedentemente, in modo che il bambino sappia che quel posto è il posto per riflettere sulle proprie azioni e non un punto di espiazione di una punizione. Una volta finito il castigo l’episodio va allontanato e non è bene tornarci sopra ma piuttosto vedere cosa il bambino ha compreso di quanto accaduto.
Esiste un ottimo testo, che magari conoscerai già, che si intitola “ I no che aiutano a crescere” di Asha Phillips.
In breve viene fatta un’analisi del concetto e della prassi del rifiuto nel rapporto genitori-figli, come strategia per delineare quei limiti necessari a uno sviluppo armonico della personalità infantile, ed evitare un ego autocentrato e onnipotente. Questo libro si propone è fornire le indicazioni utili a decifrare come, quando e perché è importante dire di no. Per ogni etá esistono infatti degli snodi particolarmente importanti, il cui superamento avvia un cambiamento positivo nello sviluppo della personalità, il cui mancato riconoscimento pu" al contrario innescare dinamiche onnipotenti e autocentrate. Un no detto al momento giusto può quindi essere il punto di partenza per una crescita equilibrata e felice. "... mi sembra davvero uno dei più bei libri che io abbia letto sull argomento." (Giovanni Bollea).

I bambini imparano quello che vivono

Se i bambini vivono con le critiche, imparano a condannare.Se i bambini vivono con l’ostilità, imparano a combattere.Se i bambini vivono con la paura, imparano ad essere apprensivi.Se i bambini vivono con la pietà, imparano a commiserarsi.Se i bambini vivono con il ridicolo, imparano ad essere timidi.Se i bambini vivono con la gelosia, imparano a provare invidia.Se i bambini vivono con la vergogna, imparano a sentirsi colpevoli.Se i bambini vivono con l’incoraggiamento, imparano ad essere sicuri di sé.Se i bambini vivono con la tolleranza, imparano ad essere pazienti.Se i bambini vivono con la lode, imparano ad apprezzare.Se i bambini vivono con l’accettazione, imparano ad amare.Se i bambini vivono con l’approvazione, imparano a piacersi.Se i bambini vivono con il riconoscimento, imparano che è bene avere un obiettivo.Se i bambini vivono con la condivisione, imparano ad essere generosi.Se i bambini vivono con l’onestà, imparano ad essere sinceri.Se i bambini vivono con la gentilezza e la considerazione, imparano il rispetto.Se i bambini vivono con la sicurezza, imparano ad avere fiducia in se stessi e nel prossimo.Se i bambini vivono con la benevolenza, imparano che il mondo è un bel posto in cui vivere
Dorothy Law Nolte

E' arrivato un fratellino

...ma quando se ne va?......
La nascita di un fratellino o di una sorellina per un bambino rappresenta sempre, anche se i primogeniti sono stati preparati dai genitori durante il tempo della gravidanza, uno stress emotivo non indifferente. Il nuovo arrivato è un intruso in casa, un rivale che può prendere il posto nel cuore dei genitori e tra le braccia della mamma. C’e’ il timore di essere amati di meno, o in modo diverso, di essere trascurati nei propri bisogni pratici ed affettivi, di perdere il privilegio di essere l’unico “amore” di casa, centro del mondo dei genitori.Anche di fronte a genitori molto attenti e sensibili nel primogenito possono manifestarsi atteggiamenti regressivi quali la balbuzie, l’incontinenza notturna, il rifiuto di andare a scuola, la ferma volontà di non dormire soli nel proprio lettino. Questi comportamenti sono da interpretare come manifestazioni di gelosia, che celano la paura di perdere i diritti acquisiti e il desiderio di mantenere per loro l’affetto dei genitori.Allora cosa deve fare un genitore? Piuttosto ci sarebbe da domandarsi cosa non deve fare un genitore. Capita, a volte, che tali comportamenti facciano scaturire nei genitori, già stanchi dall’impegno di dover accudire un neonato, un atteggiamento di biasimo e una conseguente imposizione di amare a tutti i costi il fratellino. E’ invece fondamentale aiutarli a superare questi momenti difficili con più pazienza e più attenzioni che possano far ridurre nel bambino il proprio senso di ansia della novità. Ovviamente non ci si deve limitare alle parole, ma, principalmente, agire con i fatti. Fate attenzione nel non reprimere la gelosia che potrebbe inizialmente sembrarvi cessata per poi, ripresentarsi successivamente sottoforme difficili da gestire.In tal modo si può educare il bambino a gestire le novità, che possono arrivare nell’arco della propria vita, senza ansia, insegnandogli una capacità di adattamento elastica di fronte ogni situazione difficile dovesse capitargli.

mercoledì 7 novembre 2007

Fiaba o Favola

Nonostante spesso i due termini siano usati come sinonimi, e abbiano effettivamente la stessa radice latina fari che vuol dire narrare, raccontare, in realtà essi presentano delle caratteristiche particolari e ben distinte.Le Favole solitamente hanno come protagonisti gli animali o le piante umanizzati, in essa sono rappresentate vizi e virtù del genere umano in forma allegorica, sono finalizzate al suscitare emozioni sia nel lettore che nel narratore e la morale è sempre presente.Nelle fiabe i protagonisti sono sempre esseri umani sotto forma di re o regine, principi e principesse, figure fantastiche come folletti, streghe e maghi ma anche personaggi semplici come taglialegna, pastori etc, hanno caratteristiche costanti (v. Propp) come: c’era una volta,vissero felici e contenti, hanno lo scopo di divertire e rassicurare e dare speranze verso il futuro.Fiabe o favole che siano, per ogni individuo bambino e non, esse hanno un significato profondo e diverso in quanto si prestano ad offrire soluzioni ai propri conflitti interiori in un determinato momento di vita. (la favola è terapeutica). Con il linguaggio metaforico immediato e semplice è possibile rivolgersi ai bambini per trattare temi difficili come l’abbandono, il maltrattamento etcSecondo Bettelheim le fiabe sono il modo migliore per trasmettere ai bambini la capacità di trovare un significato sulla propria esistenza in particolare e alla vita in generale.Inoltre la fiaba è un validissimo strumento educativo grazie alle sue capacità di creatività, neutralità e apertura (Bettelheim)Un famoso psicoterapeuta afferma che ognuno di noi nasce principe o principessa, ma spesso a causa di situazioni o di scelte si limita a vivere da rana (Eric Berne)Con le favole possiamo aiutare i bambini a conoscere il loro lato emotivo, sostenerli nell’esprimere le proprie emozioni ad avere fiducia nelle proprie capacità, li avviciniamo al loro lato principesco .. “come da patrie lontane viene dato ad ogni uomo un angelo buono che lo segue come compagno di strada mentre si avvia verso la vita. Le fiabe sono capaci di cogliere i puri pensieri di un’osservazione infantile del mondo, in parte per il modo in cui sono divulgate, in parte per la loro intrinseca natura; nutrono in modo immediato come il latte, leggere e gradevoli, o come il miele, dolci e nutrienti, senza pesantezza terrestre. (fratelli Grimm)

lunedì 5 novembre 2007

Oggi parliamo di Dislessia

Quando sentite parlare di disturbi dell’apprendimento, classificati come DSA, sappiate che si sta parlando di:
  • dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia. Molto spesso si parla esclusivamente di dislessia in quanto più diffusa e più studiata. La dislessia si manifesta, in modo più palese, in 3^/4^ elementare, quando la lettura dovrebbe essere automatica e finalizzata alla comprensione del testo: se il bambino è troppo impegnato nell’operazione di lettura non riesce a comprendere bene i contenuti di quanto sta leggendo. Generalmente alla dislessia sono associate la disgrafia (corpo di scrittura non chiaro) e, a seguire, la disortografia (errori ortografici) e, a volte, la discalculia (difficoltà di calcolo). E’ difficile stabilire le cause di questo tipo di disturbi in modo chiaro e puntuale. Questi disturbi, infatti, sono caratterizzati da alterazioni fonologiche, ovvero difficoltà di acquisizione dei suoni, ma non sono causati da disagi psicologici, anche se, nel momento in cui i disturbi non sono compresi come tali, possono dare origine a problemi psicologici (primo tra i quali la carenza di autostima seguita spesso da problemi di socializzazione in classe e in tutti i contesti sociali). Per parlare di un vero disturbo di lettura, quindi di dislessia, si devono prima escludere come cause le inibizioni affettive, eventuali traumi subiti, le deprivazioni culturali, uno scarso livello intellettivo che potrebbe creare problematiche nella corretta acquisizione della letto-scrittura, disturbi di origine organica che non permettano la totale percezione degli stimoli. In tal caso risolvendo questa tipologia di disturbi automaticamente il disturbo di lettura associato si risolverebbe a sua volta. La dislessia non è una malattia, quindi non si cura, ma si corregge attraverso una corretta strategia didattica, tradizionale e multimediale, e l’eventuale ausilio di un logopedista. Ogni dislessico ha un suo profilo, di conseguenza, le strategie suddette devono essere personalizzate e mirate all’individuo in questione. Cosa fare in un sospetto caso di dislessia, da parte di insegnanti e genitori:
  • 2. consigliare una consulenza pedagogica specialistica tempestiva
  • 2. coordinare modalità di approccio condivise tra operatori sanitari, la famiglia e la scuola
  • 3. incoraggiare sempre il bambino e non confrontare mai il suo operato ed i suoi risultati con quelli dei compagni
  • 4. non assegnargli incarichi troppo onerosi o fuori dalla sua portata
  • 5. concedergli più tempo per rispondere, per leggere e per scrivere
  • 6. mettere in evidenza le altre capacità che possiede
  • 7. concedergli molta attenzione e infondergli fiducia in se stesso e nelle sue capacità
  • 8. non metterlo in imbarazzo davanti alla classe, evitare definizioni come “lento, pigro”.

Un valido aiuto può essere quello tecnologico.. Il computer può essere utilizzato come ausilio anche nelle difficoltà specifiche di apprendimento. Ricordando che la lettura e la scrittura sono dei mezzi per raggiungere conoscenze per comunicare ed esprimersi, se vi sono difficoltà in tal senso, le tecnologie possono aiutarci (come insegnanti e come persone in difficoltà) nel trovare percorsi alternativi di apprendimento. Senza cercare particolari software, che spesso sono troppo specifici e costosi, possiamo inventarci e crearci, con i semplici software più comuni oggi in commercio come Word, Power point etc., dei validi supporti che integrino quanto studiato o progettato come didattica differenziata. Ma se un bambino è dislessico o disgrafico cosa possiamo fare con le tecnologie? Possiamo farlo scrivere con una tastiera la quale consente la selezione diretta delle lettere, senza costringere a ricercare nella memoria la forma giusta da attribuire ad un suono, possiamo consentire l’utilizzo di un registratore come alternativa al prendere appunti in classe, possiamo far utilizzare un word processor (ad es. Microsoft word) che comprenda la correzione ortografica (attenzione ad escludere la correzione immediata del testo e correggere solo al termine il compito, perché potrebbe rivelarsi frustrante vedersi sottolineare quanto si è prodotto con fatica) e molto altro ancora.