mercoledì 19 novembre 2008

Via il pannolino.........

Sono molti i genitori che si pongono la domanda sul come e sul quando togliere il pannolino al proprio bambino. Generalmente il pannolino potrebbe essere tolto, quando s’inizia ad avere il controllo degli sfinteri. Tale periodo è variabile da bambino a bambino, orientativamente sappiamo che si estende da un’età minima di un anno e mezzo ad un massimo di tre anni. In questa fase della vita, gradatamente avviene la maturazione neurologica e fisiologica che porta poi al controllo dei propri bisogni ed il passaggio da una tappa all’altra, prima di arrivare al pieno controllo, dipende non solo dalla maturazione del bambino ma anche dall’ambiente circostante.
L’educazione al controllo degli sfinteri è condizionata, oltre che dalla maturazione neurologica e fisiologica, anche dall’attenzione che pone il bambino verso tale questione. In questo processo è ovviamente importante l’atteggiamento familiare. E’ necessario non essere orientati né verso un’eccessiva rigidità né verso un eccessivo permissivismo, entrambi questi comportamenti possono influire sui tempi di gestione per il controllo degli sfinteri da parte del bambino, rispetto a quella che potrebbe essere definita la sua maturazione fisiologica.
S. Freud definiva questo periodo di vita come la fase anale dello sviluppo di ciascun individuo. In tale momento il bambino (dai 2 ai 4 anni) impara ad utilizzare i servizi igienici per l'espulsione delle feci e, trova piacere nel controllare la muscolatura dello sfintere anale. La decisione finale spetta al bambino: Trattenere o espellere quello che lui stesso ha creato?
Alcune indicazioni sul come iniziare lo “spannolinamento”.
- Cercare di invogliarlo, iniziare per un periodo con i pannolini a mutandina colorati come piacciono a lui/lei, iniziare a fargli/le vedere come si spostano su e giù e come può iniziare a farlo da sola/o;
- Chiedere supporto alla Baby sitter/educatrice/nonna o altra figura molto presente nella vita di vostro figlio/a;
- Scegliere un vasino insieme a vostro/a figlio/a, o anche un riduttore da water se lo desidera;
- Scegliere un libro o inventare una favola che narri qualcosa di fantasioso sul tema “pipì e popò“ (fantasia e gioco sono due modalità importanti per comunicare con i bambini);
- Ogni volta che riesce ad espellere o fare pipì nel vasino, fate prendere coscienza al vostro bambino, di ciò che è accaduto (come ad esempio guardare che cosa è “caduto dal suo sederino”) i bambini non hanno il senso dell’igiene che abbiamo noi adulti quindi, non preoccupatevi di quest’aspetto lo apprenderanno con il tempo !!!;
-Giocare con la carta igienica o con lo sciacquone del water (senza passare le ore in bagno ma cercando di interiorizzare le azioni svolte da ognuno quando ci si trova nel bagno…) con il gioco s’interiorizzano regole o comportamenti rendendo il processo apprendimento più facile ad un bambino;
- Fargli capire che la sua azione è esattamente ciò che ci aspettavamo (rinforzo sulla risposta come ad esempio “bravo hai fatto come la mamma ed il papà”;
Importante è porre attenzione sul momento in cui provare a togliere il pannolino.
Evitare periodi di passaggio o di crisi come l’inizio dell’asilo, la nascita di un fratellino, dormire in un letto nuovo, etc,. Scegliere il momento che ci sembra più opportuno per lui/lei anche se in inverno e, se il primo tentativo fallisce non preoccuparti, si può riprovare dopo qualche tempo con tanta, tanta pazienza!!!
E via il pannolino….

giovedì 24 luglio 2008

UNIVERSO “CIUCCIO”

Il meccanismo principe naturale presente nel bambino già nella pancia della mamma è quello della suzione. L’istinto di suzione permette al neonato di attaccarsi al seno della madre e/o al biberon.

Le mamme sanno bene che nei primi mesi di vita il bambino passa le ore di veglia a succhiare e, successivamente, nella fase orale, utilizza la bocca per esplorare le cose che lo circondano. Tale meccanismo provoca piacevoli sensazioni, è un’antidoto alla paura e al senso di solitudine sia nel lattante che nel bambino più grandicello.

Il ciuccio aiuta a far addormentare il bambino, a calmare il pianto più ostinato, ad autoconsolarlo quando la mamma non c’e’, un modo per scaricare le tensioni e per farlo sentire sicuro e protetto: per questo abituarlo a tenere il ciuccio non è dannoso a priori, l’importante è non abusarne perché ciò renderebbe più difficile abbandonarlo e perché l’utilizzo contenuto del ciuccio non provoca danni irreversibili alle arcate dentarie, specialmente se usato entro i 3 anni d’età. Peraltro è meno dannoso della suzione del pollice perché esercita meno pressione sui denti e per la mamma è più facile da gestire quando decide di farlo smettere.

Importante è non ricorrervi come ancòra di salvezza quando il bambino non lo cerca oppure tutte le volte che piange.

Alcune mamme si domandano quale ciuccio sia meglio scegliere. In realtà non c’e’ il migliore in assoluto davanti alla vasta gamma di scelta che offre il mercato.
Indubbiamente il ciuccio di silicone, per la sua inalterabilità di materiale, è più adatto nei primi mesi di vita del bambino, mentre con l’eruzione dentaria è preferibile passare a quello di caucciù più resistente rispetto a quello di silicone.
In merito alla forma è consigliabile nei primi mesi quello a forma di goccia, schiacciato e curvo verso l’alto, simile al capezzolo della mamma.

Come per il pannolino arriva il momento in cui è necessario togliere il ciuccio.
E’ consigliabile fare questo passo verso i 3 anni, quando il bambino diventa più sicuro di sé, in ogni caso è importante non interrompere l’uso del ciuccio improvvisamente: evitare assolutamente di farlo sparire senza una spiegazione.

Alcuni consigli per iniziare gradatamente:

Ø non spazientirsi né colpevolizzare il bambino se proprio non riesce a toglierlo. Cercare di rispettare il suo momento psicologico. Evitare di procedere a questo passo in concomitanza con altri cambiamenti radicali, come l’inserimento all’asilo o la nascita del fratellino
Ø non focalizzare l’attenzione sul ciuccio e sul come toglierlo parlandone davanti al bambino, specialmente se grandicello
Ø limitare l’uso alle situazioni più critiche come prima di dormire o quando la mamma non c’e’
Ø provare a proporre al bambino delle attività che con il ciuccio non può fare perché sono “da grande”
Ø distrarlo verso altri oggetti o attività


Alcuni esempi pratici che ho raccolto da alcune mamme collaborando con insegnanti di scuola materna:

“Ho tolto il ciuccio a mio figlio a 2 anni e mezzo partendo per le vacanze. Anche se lo avevamo dietro abbiamo finto di averlo dimenticato a casa. Mio figlio ha pianto qualche giorno ma poi con le distrazioni del mare e altri giochi tutto è passato”.
“Ho tolto il ciuccio ai miei figli approfittando della notte di Natale. Ho spiegato loro che nasceva Gesù, un bambino più piccolo di loro e che, se gli avessero lasciato il ciuccio lui avrebbe contraccambiato con un regalo speciale per loro. Cosi’ è stato.

martedì 3 giugno 2008

MAMMA, MAMMA, VOGLIO UN CANE!

Quante mamme si sentono ripetere spesso questa frase?

Sono diverse le ragioni che portano le famiglie a decidere per questa scelta, ma l’aspetto più rilevante è il legame affettivo quasi istintivo tra il bambino ed il cane e come questo rapporto può assumere un valore pedagogico.

Il denominatore comune tra il bambino ed il cane sicuramente e' il gioco: questa relazione di base mette in atto una serie di meccanismi di interazione che costituiscono una delle prime forme di comunicazione del bambino che vanno dalla gestualità alla verbalizzazione.

Per poter ottenere il massimo beneficio da questo straordinario rapporto è fondamentale la scelta del cane. Ovviamente questa scelta è compito esclusivo dei genitori che possono avvalersi delle seguenti linee guida (è consigliabile, inoltre, integrare le conoscenze tramite siti internet specializzati e/o la consultazione di libri specialistici con il supporto del veterinario di fiducia):

Ø l’età del bambino
Ø l’età del cane e la sua provenienza (canile, allevamento, casa)
Ø l’ambiente in cui vivrà (appartamento con e/o senza balconi, con e/o senza giardino)
Ø la composizione del nucleo familiare e la conseguente organizzazione della gestione del cane

L’ultimo punto è importante proprio da un punto di vista educativo. Infatti se il bambino ha raggiunto i 6-9 anni gli si possono affidare alcune responsabilità, come il compito di preparare la ciotola del cibo e/o accompagnare il cane per i suoi bisogni giornalieri, in modo che egli impari a prendersi cura di qualcuno con amore e ricevendo amore e spostando, quindi, l’attenzione dall’IO egocentrico all’esterno. Con la pubertà, però, potrebbero presentarsi difficoltà a mantenere questi compiti in quanto l'adolescente diventa socialmente attivo e frequentemente il cane paga il prezzo di questi primi atti di autonomia. Anche in questo caso un cane ben socializzato ed il dialogo con il ragazzo garantiranno il permanere di un rapporto ottimale con il cane.
Altro aspetto che i genitori non devono sottovalutare è la sicurezza sulla quale si deve prestare tanta più attenzione quanto più il bambino è piccolo. Solitamente il cane reagisce alle “angherie” dei bambini senza danneggiarli, ma fa loro capire quando devono smetterla attraverso una ringhiatina o uno scossone. In ogni caso è fondamentale limitare gli eccessi che il cane potrebbe avere nell’avvisare che si sta spazientendo ma nello stesso tempo limitare anche al bambino gli atteggiamenti che possano infastidirlo che vanno dal corrergli intorno, saltargli accanto, urlargli nelle orecchie a veri e propri fastidi fisici tipo tirargli le orecchie e la coda.
Riguardo le malattie del nostro amico a 4 zampe c’e’ molto allarmismo in giro, spesso ingiustificato: infatti basta una preventiva collaborazione tra il proprio veterinario e il proprio pediatra e difficilmente il bambino avrà problemi.
Non dimentichiamo mai che raramente un cane è piu' sporco di alcuni luoghi pubblici in cui facciamo giocare i bambini e ancor meno fonte di contagio di malattie maggiore rispetto a quelle che si contraggono all’asilo o a scuola.
In conclusione, quindi, il cane rappresenta un ottimo sussidio educativo per il bambino. I genitori rivestono un ruolo fondamentale per la scelta dell'animale piu' adeguato a quel contesto familiare ed in quest'ottica essi contribuiranno alla creazione di citta' in grado di proporsi all'uomo ed ai suoi animali come giusto spazio in cui vivere e convivere.

mercoledì 30 aprile 2008

LA BALBUZIE INFANTILE

Il linguaggio si sviluppa nell’uomo già dal primo vagito per poi progredire rapidamente per tutta la lunga fase dell’infanzia. Tutta la ricchezza di stimoli che circondano il bambino, il desiderio di esplorazione e la curiosità normale si traducono nel desiderio di chiedere, domandare e, di conseguenza, comunicare. Tale forma di comunicazione può diventare incessante e talvolta maggiore delle reali abilità comunicative.
In questo panorama potrebbe “affacciarsi” la balbuzie che fa parte di quella categoria definita "disturbo del linguaggio".
Il problema scaturisce dalla difficoltà del bambino di individuare rapidamente le parole corrette per manifestare i concetti che si accavallano nella sua mente e che vuole comunicare, la difficoltà è nel fatto che la velocità con la quale corrono i suoi pensieri è di gran lunga superiore rispetto alla sua capacità di esprimerli a parole. Questa difficoltà si presenta, anche, per la nascita di un fratellino, per problemi tra genitori, per separazioni o per lutti in famiglia.
Questo fenomeno, che rientra nella tipologia di balbuzie primaria (apparente e transitoria, caratterizzata da fisiologiche e normali disfluenze, intermittenti esitazioni, ripetizioni sillabiche), tende a risolversi spontaneamente (generalmente nel giro di qualche mese), infatti il disturbo di linguaggio dei 3-5 anni è molto diverso da quello che si presenta in età scolare (dove è bene intervenire con un aiuto logopedico con professionisti competenti nella balbuzie), e ancora diverso da quello dell'età adulta.
I genitori non sono mai preparati a questo evento perchè inizia all'improvviso, ma si può sicuramente seguire queste linee guida:
- non interrompere il discorso del piccolo chiedendogli di ripetere ciò che dice in modo non corretto per evitare di metterlo in imbarazzo;
- non sostituirsi al bambino nel completare la frase o la parola
- non dirgli di calmarsi altrimenti l'ansia aumenta
- non perdere la pazienza e non sgridarlo per gli errori perchè non è colpevole
- non mostrarsi altresì divertiti poichè questo non sarebbe di stimolo per il bambino a correggersi
In sostanza, quindi, armarsi di "santa pazienza", ascoltare il bambino senza trasmettergli nessuna emozione negativa di disagio e/o di fastidio, articolare bene le parole quando ci si rivolge al bambino in modo che, ascoltando il suono delle parole, possa ripeterle correggendosi da solo.
Esclusivamente con l'età scolare si puo' prendere, qualora il disturbo persistesse, in considerazione l'intervento di un logopedista. Infatti prima dell'età scolare, può essere ridotto ad un fenomeno molto comune, specialmente nei maschietti (colpisce il 3% dei bambini, in particolare maschi).

martedì 1 aprile 2008

Internet…che paura!!!

Spesso tra gli adulti, e ancora più spesso tra genitori, si alza un grido di terrore che evoca il lupo cattivo riguardo a ciò che Internet può rappresentare.
Internet non è solo una rete, ma è la piazza globale del nostro vivere; è presente nella nostra società ormai da tempo e fingere che non esista non aiuta, anzi sicuramente è utile conoscerla per dare indicazioni ai propri figli o alunni sui pericoli “potenziali” che possono nascondersi in essa. Ormai da tempo, nei programmi scolastici e negli intenti del Ministero della Pubblica Istruzione italiana, vi è l’orecchio e la mente protesa verso le ICT e tutto ciò che esse comportano. Parliamo di ICT, cioè di Information e Communication Technology perché parliamo di ciò in cui viviamo e di ciò che oggi noi siamo.
Un bimbo oggi è talmente immerso nella tecnologia che può risultare assurdo, oltre che diseducativo, cercare di evitare Internet.
Un esempio di tecnologia? Tutto….
Dai lettori dvd, che spesso sin da piccoli provano a manovrare, al telefonino di mamma e papà, i nostri bambini ci vedono utilizzare bancomat e carte di credito, battere con le dita su di una tastiera, già dai primi mesi di vita, “ i bambini di oggi sono nativi digitali(1)” cioè nascono immersi nelle tecnologie e sviluppano precocemente competenza e dimestichezza con esse, molto più di noi adulti (in parte immigrati digitali(1))
Ciò non vuol dire che non esistano pericoli nella Rete…ma ne esistono come per la strada, come nella realtà quotidiana e forse molto meno rispetto a ciò che la realtà presenta e che viviamo…Sono nata nell’era della televisione e anche allora si urlava al pericolo che essa poteva portare nella crescita e nello sviluppo dell’individuo…il pericolo più grande delle tecnologie oggi è che spesso vengono utilizzate come “tate” per i nostri piccoli…Un computer, una televisione, un cellulare, sono il frutto dell’evoluzione umana, nascondono pericoli ma infinite possibilità di crescita …sta all’adulto cercare di integrarle nella formazione di ogni essere in divenire…Partiamo dal presupposto che la televisione non è solo spazzatura, internet non è solo pedofilia…..Impariamo che nella realtà virtuale si miscela la realtà vera e che il fatto di essere online non ci da garanzie su chi c’è dall’altra parte, di conseguenza è importante sviluppare la criticità nell’utilizzo.
Stabiliamo regole come:
- siti in cui è meglio non andare (installare software che pongano dei filtri sui siti off limits),
- il computer non deve stare nella camera dei ragazzi ma in un luogo di libero accesso per tutta la famiglia ,
- tempi da trascorrere sul pc,
- quanti e quali attività sociali devono essere all’aria aperta e non sul computer
- sviluppare altri interessi perché a volte è la mancanza di stimoli o l’obbligo a stare in casa che porta i giovani a focalizzarsi su tv, chat, internet etc.

Rimbocchiamoci le maniche…. Iniziamo a visitare siti per adulti e genitori che vogliono imparare cosa è la Rete, come difendersi e come utilizzarla; una volta assunte alcune conoscenze di base, valutiamo i siti utili e adatti per i nostri figli o i nostri studenti.





(1) “eLearning – Capire, progettare, comunicare” L.Cantoni, L.Botturi, C. Succi New MinE Lab edizione Franco Angeli.




Sitografia

http://www.ti6connesso.it/
http://ilwebperamico.it/

http://www.futuroalfemminile.it/progetto/nel_quotidiano/Corsi_di_informatica/corsi_milano.kl (partecipa ad un corso su Internet o impariamo ad utilizzare word--- Milano)

http://www.italia.gov.it/chihapauradellarete/navigatori/index.html
(comprendi cosa è internet e i suoi pericoli---come farlo capire ai bambini, ai genitori ai ragazzi)

http://www.easy4.it/
sito ufficiale della campagna EASY, mette a disposizione, informazioni, risorse e consigli pratici per aiutare adulti, ragazzi e ragazze ad utilizzare internet e cellulari in modo consapevole e responsabile

lunedì 3 marzo 2008

TOGLIAMO IL CIUCCIO!

Non è insolito vedere bambini di 2 anni con il ciuccio. Nonostante i genitori stessi vorrebbero vedere il bambino privato di quell’oggetto che, ai loro occhi, lo rende ancora piccino.
In realtà l’allontanamento del ciuccio non è un passo facile da prendere alla leggera, così come quello di togliere il pannolino, infatti il bambino viene privato di una sicurezza e, quindi, si potrebbe andare incontro a varie reazioni che andranno via via comprese e, di conseguenza, gestite. Il ciuccio per il bambino non rappresenta solo un oggetto, ma diventa un modo di trovare sicurezza nei momenti critici della vita ed è per questo che è così difficile disfarsene. Solitamente, quando il bambino inizia ad acquistare sicurezza, intorno ai tre anni, abbandona da solo il ciuccio, ma, nei casi, purtroppo non rari, in cui bambini di 6-7 anni usano ancora il ciuccio, il genitore deve assolutamente intervenire. Nonostante il ciuccio abbia una valenza emozionale importante per il bambino va ricordato che, qualora il ciuccio venga lasciato al bambino ogni giorno e per diverse ore, può provocare problemi all'arcata dentale (denti sporgenti, sia per quanto riguarda l'arcata dentaria superiore che quella inferiore) e al palato, soprattutto dai tre anni in su quando si ha l'eruzione di tutti i denti, quindi è bene non esagerare con il suo utilizzo. Inoltre l'abbandono del ciuccio è uno dei primi grandi passi per fargli acquistare la sicurezza che lo accompagnerà durante la sua vita.

Chiaramente togliere il ciuccio al bambino non è facile. Il genitore potrebbe trovarsi davanti a comportamenti regressivi (fare pipì a letto, rifiutarsi di mangiare da solo) per dimostrare che è ancora piccolo e ha bisogno del ciuccio.

Ma come rendere meno indolore possibile questo momento? In primo luogo si deve cercare di spostare l'attenzione dei piccoli verso altri oggetti o attività che con il ciuccio non possano fare (es. farli cantare). Il metodo più efficace per convincere i piccoli ad abbandonare ciuccio rimane quella di iniziare la separazione con poche ore al giorno e poi aumentare gradualmente. Se il momento più delicato riguarda la notte è utile distrarlo attirando la sua attenzione con un peluche o con qualche dimostrazione affettiva in più, purchè tutto avvenga quando è sveglio in modo che possa essere consapevole del progetto di cambiamento.
Evitare sia le tecniche cruente (togliere il ciuccio all’improvviso, farlo sparire e far piangere il bambino) e le scuse banali tipo "l'ha preso il gatto o il cane", perché i nostri bambini sanno bene che non si è mai visto un animale con il ciuccio.

E’ importante che i genitori, nel momento in cui decidono di togliere il ciuccio al bambino, lo facciano in modo coerente e fermo, altrimenti, davanti ad un comportamento incongruente il bambino potrebbe rimanere disorientato.
Ritornare sulla decisione potrebbe essere importante soltanto se il bambino dovesse attraversare periodi di forte stress, ma, a questo punto, diventerebbe auspicabile rivolgersi al pediatra per comprendere la causa dell’ansia. Per quanto difficile è importante non perdere la pazienza nel fargli capire che è diventato grande, facendo avvenire questo cambiamento nella massima tranquillità, senza imposizioni. Importantissimo è stare molto attenti a che il pollice non sostituisca il ciuccio, in quanto questa abitudine è molto deleteria e più difficile da eliminare.

lunedì 4 febbraio 2008

L’ALIMENTAZIONE NEL PRIMO ANNO DI VITA

Dopo una certa età un’alimentazione di solo latte, per un bambino, non è più sufficiente a fornire un completo apporto nutritivo per una crescita sana. Su questo assunto il “divezzamento o svezzamento” diventa una tappa fondamentale del percorso alimentare del bambino nella prima infanzia.
Il nuovo tipo di alimentazione che si offre al bambino va di pari passo con una nuova significativa tappa nella crescita del bambino verso l’autonomia.
Da un lato, infatti, l’alimentazione con cibo solido, non rappresentando più esclusivamente un esercizio di deglutizione, richiede la partecipazione consapevole del proprio corpo (dal collo alla coordinazione oculo-manuale) che può avvenire solo attraverso nuove competenze neuromuscolari. Dall’altro la nuova capacità del bimbo di esprimere fame, sazietà e piacere avviene attraverso l’espressione di nuovi comportamenti che i genitori devono imparare a comprendere dando luogo, quindi, alla costruzione di un nuovo rapporto tra essi ed il bambino utile a favorire lo sviluppo di componenti psicologiche e relazionali.
Da un punto di vista nozionistico il “divezzamento/svezzamento” è il periodo durante il quale si passa da un’alimentazione di latte materno o formulato alla graduale introduzione di alimenti sottoposti ad una preparazione adeguata fino a quella dell’adulto. E’ bene ricordare, però, che non si deve interrompere automaticamente l’assunzione di latte da parte del bambino in quanto esso continua a rimanere un alimento denso di calorie e proteine a lui necessarie.
Di conseguenza se la mamma allatta il cibo solido può sostituire una poppata ma per il resto è bene mantenere il ritmo dell’allattamento al seno. Auspicabile sarebbe iniziare ad affiancare i due tipi di alimentazione in modo graduale.
Ma quando si deve iniziare lo svezzamento?
Le linee guida fornite da OMS ed UE riportano come periodo adeguato quello del 6° mese compiuto (180 giorni) come il migliore per l’introduzione di cibi diversi dal latte. Compiuto tale mese, di solito, il bambino può alimentarsi con cibi solidi o semisolidi con un basso rischio di intolleranze verso parecchi alimenti.
Rimane sempre il fatto che i genitori vanno, comunque, stimolati ad individuare in modo autonomo il periodo migliore per tale iniziativa in quanto non c’e’ miglior pediatra del genitore.
Riguardo le modalità di preparazione/somministrazione del cibo sarebbe opportuno evitare indicazioni rigide in quanto vanno sempre considerati i ritmi di tradizioni ed abitudini alimentari osservati dalla famiglia e le preferenze del bambino. Inoltre i genitori potrebbero insistere a forzare il bambino a mangiare una determinata quantità di cibo anche se è sazio e, anche, di osservare correttamente i segnali comportamentali del bambino (vero indicatore della adeguatezza qualitativa e quantitativa del cibo offerto).

In ogni caso è utile considerare i seguenti punti:

o la frutta è a tutti gli effetti un alimento e come tale rappresentare già una forma iniziale di svezzamento/divezzamento e, a livello nutritivo, non può sostituire una poppata
o se il bambino non deglutisce in maniera efficace il cibo viene spinto in avanti dalla lingua piuttosto che indietro: i genitori non informati potrebbero interpretare questo comportamento come un rifiuto del cibo o addirittura come una forma di intolleranza alimentare
o il sale altera il gusto del cibo e potrebbe ripercuotersi sul momento del pasto fornendo condizionamenti al bambino; lo zucchero altrettanto e, in più, potrebbe causare carie
o è sempre auspicabile l’introduzione graduale di nuovi alimenti (minimo 2 settimane) al fine di abituare il lattante a nuovi gusti, sia per eventuali intolleranze.
o è controproducente insistere nel forzare il bambino ad accettare un determinato alimento, infatti se al momento non è gradito, potrebbe diventarlo un altro giorno ed insistendo diminuiscono le probabilità che ciò accada.
o cibi ad alto contenuto calorico non forniscono al bambino un’adeguata nutrizione ma possono, al contrario, far insorgere problemi di obesità più avanti.
o occorre sempre rispettare l’appetito del bambino, cercando di interpretare il suo comportamento.
o evitare di somministrare il cibo semisolido con il biberon per evitare sia che il bambino non mparari a mangiare da solo, sia per non provocare confusione tra l’azione del deglutire e quella del succhiare. Chi non è in grado di mangiare con il cucchiaino, non è pronto per lo svezzamento.
o non è fondamentale iniziare con un determinato alimento piuttosto che con un altro. Un genitore può decidere autonomamente la sequenza degli alimenti da inserire, purchè vari gli alimenti per avere una corretta distribuzione di carboidrati, proteine e lipidi
o è importante lasciar toccare il cibo al bambino, sia attraverso le mani che con il cucchiaino, così come è bene incentivare l’uso del bicchiere e della tazza
o per seguire il detto “anche l’occhio vuole la sua parte” è bene che la pappa abbia colore, odore e sapore gradevole e stimolante. Variare il menù favorisce, inoltre, l’educazione al gusto.


FONTI

Commissione Europea di Salute Pubblica. Protezione, promozione e sostegno dell’allattamento al seno in Europa: un Programma d’Azione, 2004


Ministero della salute. Dipartimento della Prevenzione e Comunicazione “Quando nasce un bambino”. 2005

C. Gonzales Il mio bambino non mi mangia Bonomi Editore, 2003

Curran JS, Barness LA. Alimentazione del neonato e del bambino. In: Nelson Trattato di Pediatria XVI ed., 2002, Torino

venerdì 11 gennaio 2008

in materia di vaccinazioni obbligatorie

Regolamento recante modificazioni al DPR 1518/67 in materia di vaccinazioni obbligatorie

Forse non in molti sanno che esiste un decreto del presidente della Repubblica che ha cambiato

l'obbligatorietà delle vaccinazioni per la scuola. In particolare tale decreto cambia in parte l'art.47. per cui anche un bambino non vaccinato non può non essere ammesso alla scuola sia pubblica che privata. Sarà cura della scuola informare sul caso la ASL di zona.

"Art. 47. - l. I direttori delle scuole e i capi degli istituti di istruzione pubblica o privata sono tenuti, all'atto dell'ammissione alla scuola o agli esami, ad accertare se siano state praticate agli alunni le vaccinazioni e le rivaccinazioni obbligatorie, richiedendo la presentazione da parte dell'interessato della relativa certificazione, ovvero di dichiarazione sostitutiva, ai sensi della Legge 4.1.68, n. 15, e successive modificazioni e integrazioni, e del D.P.R. 20.10.98, n. 403, comprovante l'effettuazione delle vaccinazioni e delle rivaccinazioni predette, accompagnata dall'indicazione della struttura del Servizio sanitario nazionale competente ad emettere la certificazione.2. Nel caso di mancata presentazione della certificazione o della dichiarazione di cui al comma 1, il direttore della scuola o il capo dell'istituto comunica il fatto entro cinque giorni, per gli opportuni e tempestivi interventi, all'azienda unità sanitaria locale di appartenenza dell'alunno ed al Ministero della sanità. La mancata certificazione non comporta il rifiuto di ammissione dell'alunno alla scuola dell'obbligo o agli esami.3. E' fatta salva l'eventuale adozione da parte dell'autorità sanitaria di interventi di urgenza ai sensi dell'art. 117 del D.L.vo 31.3.98, n. 112

giovedì 10 gennaio 2008

Vaccino Papilloma Virus gratuito dai 12 anni

Parte la campagna di vaccinazioni sul Papilloma Virus.
Interessa tutte le donne di età compresa tra i 12 e i 25 anni.
Tale vaccinazione, consigliata, ma non obbligatoria, sarà gratuita per tutte ragazze di 12 anni Cosa fare?
Consigliamo di documentarvi per tempo, consigliamo attenzione,
come per tutti i vaccini esistono le controindicazioni.
Possiamo dirvi che secondo l’Harvard Women’s Health Watch, benchè il vaccino contro il papillomavirus umano (HPV) rappresenti una grande scoperta medica, è consigliabile e necessario essere cauti perchè i benefici ed i rischi non sono ancora completamente noti.
Inoltre, le donne, anche dopo la vaccinazione, continueranno ad essere esposte ad un certo rischio di insorgenza di tumore. Pertanto, è importante continuare a sottoporsi regolarmente al PAP test e a prendere precauzioni contro le malattie sessualmente trasmesse.

martedì 8 gennaio 2008

I DISTURBI DEL SONNO

Un bambino su due, secondo una ricerca effettuata dalla Società italiana di Pediatria, nella fascia di età che va dai 2 ai 5 anni, soffre di disturbi del sonno. Tali disturbi si manifestano con difficoltà a prendere sonno e a mantenere il sonno notturno senza frequenti risvegli.
Tale problema, non grave a livello medico, non rimane limitato esclusivamente al bambino ma, essendo di difficile gestione, può alterare i ritmi e la serenità di tutto il nucleo familiare.
E’, però, importante distinguere i disturbi dal sonno propriamente detti, dalla difficoltà di addormentare il bambino se questi è malato (febbre, raffreddore, tosse) oppure se questi dorme male perché digrigna i denti o emette lamenti durante il sonno. In questo caso, fino a che continua a dormire, il bambino va lasciato riposare serenamente, infatti queste abitudini sono del tutto personali e tendono a sparire con il tempo.
Lo stesso comportamento va tenuto nel caso in cui il bambino si dovesse svegliare nel cuore della notte gridando e sbarrando gli occhi. Questo fenomeno, denominato “pavor nocturnus”, equivale ad una crisi di terrore con cause non ben chiarite. Importante è non svegliarlo violentemente ma rassicurato con dolcezza e calma. La crisi passa sola e non ha conseguenze, anzi, quasi sempre il bambino non ne conserva la percezione né il ricordo.
I disturbi del sonno tendono a sparire spontaneamente dopo il 5° anno di età, ma possono essere migliorati secondo alcune regole di comportamento che facilitano il rilassamento e, quindi, il riposo notturno.
Le regole che possono aiutare a regolarizzare il ritmo sonno-veglia sono le seguenti, in ordine di efficacia:

1) Orario: il bambino andrebbe abituato ad andare a letto sempre alla stessa ora.
Questa regola aiuta il bambino a fare in modo che il proprio orologio biologico impari a funzionare secondo un ritmo ben preciso.

2) Abitudini della serata: il bambino, almeno 2 ore prima di accingersi a dormire, non dovrebbe fare giochi che possano agitarlo (lotta, capriole); inoltre andrebbe creata intorno a lui un’atmosfera rilassante, di luci soffuse, di rumori di sottofondo (se impossibile evitarli), di lettura di una fiaba con toni bassi e concilianti.
Questa regola aiuta il bambino a non avere un pericoloso accumulo di adrenalina che non favorisce il sonno.

3) Il bambino non dovrebbe consumare un pasto serale né troppo abbondante, con cibi pesanti, né troppo parsimonioso.
Questa regola aiuta non tanto a far addormentare il bambino quanto a fargli mantenere il sonno notturno che, problematiche di digestione, potrebbero interrompere. Un pasto insufficiente, al contrario, può creare problemi proprio nella fase dell’addormentamento, in quanto il senso di fame non aiuta il rilassamento.

4) Se il bambino le accetta, sarebbe auspicabile precedere il sonno con una bevanda calda, un bicchiere di latte, una camomilla, una tisana rilassante.
Questa regola, oltre a far rilassare il bambino per le proprietà calmanti delle bevande descritte, funziona come “coccola” che predispone il bambino ad un buon riposo notturno.

5) Cercare di creare intorno al sonno del bambino dei rituali fissi che ogni famiglia, a seconda delle proprie necessità, puo’ costruirsi. Un esempio potrebbe essere un bagnetto caldo e rilassante alla stessa ora.
Questa regola aiuta il bambino ad entrare psicologicamente nell’ottica che è ora di andare a dormire e che la giornata è finita.

6) Evitare assolutamente di far addormentare il bambino nel letto dei genitori e portarlo poi nella sua camera.
Questa regola mira ad evitare questa errata abitudine che potrebbe procurare altre problematiche. Infatti se il bambino si dovesse svegliare all’improvviso e non ritrovarsi nel posto in cui si è addormentato potrebbe incorrere in una piccola crisi di ansia e paura che allontanerebbe il sonno.
E’ molto frequente che attuare questa regola sia, da parte del genitore, molto difficile. Infatti il bambino potrebbe iniziare a piangere a causa del distacco. A questo punto è consigliabile lasciare il bambino nella stanza, ovviamente corredata da una lucetta antibuio, a piangere per 1 minuto, poi entrare, rassicurarlo e riuscire. Se piangerà ancora, si aspetteranno, stavolta 2 minuti prima di rientrare e riassicurarlo e riuscire. A ogni rientro, gli intervalli di tempo devono essere sempre crescenti. Di solito, nel giro di 7/15 giorni, il bambino impara a vincere l’angoscia della separazione dei genitori.